17/12/2007
WINTER BEACH DISCO + The Sheeps + The U-Goes Live all’Officina Belushi del 14 Dicembre 2007
WINTER BEACH DISCO + The Sheeps + The U-Goes“After The Fireworks, We’ll Sail” release party
Live all’Officina Belushi del 14 Dicembre 2007
di Carlo Sanetti
“Ma chi so sti Winter Beach Disco? Mah, poi 3 euro…non lo so, poi fa freddo, meglio andà a prende una birra al pub…”
Vorrei sperare che questo non fosse il medio viterbese “alternativo” fruitore di musica che incontro spesso all’Officina. Chi rifiuta di esercitare la curiosità resta cieco persino dinnanzi a ciò che ha proprio sotto gli occhi, né può godere di qualsivoglia appagamento critico. Poiché l’indie si regge fondamentalmente sull’indie stesso, mi domando se a Viterbo questo sarà mai veramente possibile.
Ma poiché anche nel deserto si costruiscono cattedrali e atterrano aerei, forse niente è impossibile. Poi fa freddo, fa davvero freddo, e secondo me è davvero meglio entrare.
Gli Slint non sono mai stati un gruppo confortevole, ma sentirli sparare dalle casse non appena si entra nella penombra del grande capannone colorato dona un certo calore.
Molto più del solito e pur solare, abbacinante reggae.
Ciondolo verso la gioventù allegra che forma un piccolo crocchio di magliettine a righe, frangette e converse sotto il palco. Lo stacco generazionale a confronto con il mio triste cappotto e la mia post-rock attitude è notevole. E’ questa la nuova Viterbo indie? Sono tutti amici, mi verrebbe da dire che sono tanti, mi sa che non è vero ma fa piacere vederli lì.
E’ l’apertura con i giovanissimi Sheeps e ci sentiamo un po’ nella New York degli Strokes.
Già nel nome: profondamente garage e sixties con l’irriverenza del punk rock.
Con a seguire gli U-Goes, prima noti come Feed Rock and Noise Catch Applauses, potrei dire Veni Vidi Vicious: un mondo Capitan Harlock-style ma con qualche curiosa incursione in dilatate aperture di una certa psichedelia. Non si può negare, entro una certa misura, una discendenza di queste band con i protagonisti della serata: certi tempi danzerecci e quelle chitarre che per brevissimi momenti si allontanano dall’irruenza del garage rock sembrano non lasciar dubbi.
Il tempo di spezzare l’attesa con qualcosa di indefinito dei Sonic Youth, duro a cogliersi tra una chiacchiera e l’altra dentro e fuori: i Winter Beach Disco sono sul palco, annunciano il loro imminente live come un “passaggio di testimone” alle giovani band che li hanno preceduti. Fortunatamente non c’è nessun ritiro, anzi potremmo dire che siamo ad un entusiasmante inizio.
“After The Fireworks, We’ll Say” (il titolo del loro primo vero e proprio disco presentato stasera “nell’unica realtà in questa città di merda”, secondo le parole del cantante Antonio) suona piuttosto come una palingenesi.
Fortunatamente ora c’è più gente. Molti saranno qui per caso, ma non importa.
L’entrata in scena non è così assurdamente sci-fi come in passato, ma la multicolore e minacciosa maschera da wrestler messicano indossata da Alfonso (batteria) può lasciare comunque impressionati.
Spezzandosi, le chitarre aprono le danze e trascinano in scenari post-punk che ci richiamano i Cure di “So What?”; subito dopo, la new-wave si carica sulle frequenze basse fino a sfociare, insieme agli intrecci delle due chitarre, nell’indie rock più scanzonato e travolgente.
L’acustica è terribile e mettersi sotto il palco non sarebbe una scelta saggia, ma qualcuno deve pur cominciare a colmare quell’idiota vuoto ; e poi il rock’n’roll, come qualsiasi gioco d’impatto, ha bisogno di partecipazione, vicinanza, fisicità.
Non importa se l’Orange mi seppellisce da sinistra e la voce a tratti sparisce.
Nella fiction del rock’n’roll esiste un patto non scritto tra pubblico ed autori, e se un grande pregio dei WBD è suonare in maniera tremendamente convinta senza prendersi mai troppo sul serio, il meglio che si possa fare è accettare il patto di finzione e lasciarsi completamente coinvolgere. ED E’ BELLO. Per fortuna molti tra il pubblico, prima timidi, capiscono questo e muovono la testa, battono le mani all’unisono tra gli stacchi goliardici e i deliri della band, qualcuno ci crede talmente tanto che si offre in un folle stage diving come se avesse sotto un oceano di gente a sorreggerlo.
La scaletta è prevalentemente basata sul repertorio del nuovo disco: fondamentalmente quindi è tutto una novità, se si escludono le potenziali hit già lanciate sul myspace del gruppo come “Panic at the Vineyard”, la diretta “Cut and Fit for You” (dove fa la sua apparizione un sax soprano in un inserto dai toni caraibici) e poi vecchi classici come “Jesus Quintino” e “Cuba Libre”, esempio di come il chitarrismo acido alla Pavement ed i power chords possano lasciare spazio ad ambienti sorretti da chitarre liquide, sferzate noise ed ampissimi intrecci di delay. Al centro, una sezione ritmica potente con gli immancabili tempi disco e l’interpretazione e la voce di Antonio dai tratti grotteschi, canzonatori ed allo stesso tempo efficacemente espressivi.
Quando il concerto finisce anche il rock’n’roll cessa: torna il freddo e bisogna anche tornare a casa di fretta perché i live dell’Officina iniziano tardissimo e la sveglia suonerà presto. Però mi sono procurato la mia copia di “After The Fireworks…”; per stare ulteriormente al gioco, avrei dovuto farmela autografare. Penso che ci rivedremo molto presto e non mancherò di chiederlo ad ognuno di loro.
07/12/2007
MAESTRI DELL'UOMO D'ARME
INTERVISTA di MARCO NICCOLAI ( http://www.myspace.com/marcosinestesia ) alla band reatina:-Come e quando è nato il vostro progetto?
Avevo scritto delle canzoni e Lucio mi chiese di poterle ascoltare. Ne suonammo un paio insieme quel pomeriggio a casa mia e da lì siamo partiti. Poi, nel tempo, si sono aggiunti Marco, Stefano M. e Stefano N. (oltre agli altri che sono passati).
-Come definireste la vostra musica?
Noi già la suoniamo... facciamo una cosa ciascuno?
-Cosa si devono aspettare da voi le persone che vengono ai vostri concerti?
Devono essere pronte a "spogliarsi", come facciamo noi...
-Secondo voi cosa è cambiato nella scena musicale italiana dagli 90' ad oggi?
Se qualcosa è cambiato, probabilmente non è in meglio.
-Cosa ne pensate dell'attuale scena musicale italiana?
Non vediamo una scena, vediamo diverse scenette.
-Si può vivere di musica in Italia?
Secondo te? (ti ricordo solo che ai musicisti dell'orchestra del festival di S. Remo davano 50 euro al giorno, pasti compresi... è uno scandalo di cui si sono occupati anche i telegiornali).
-Quale è stata l'esperienza più bella della vostra carriera?
Sarà sempre la prossima.
-Quella più divertente?
Quando passiamo insieme una settimana al mare (tutti gli anni).
-E quella da dimenticare?
Le tristi scenette di un mondo che non produce più risultati a somma positiva. E' una guerra tra poveri che, numericamente, potrebbero essere rappresentati in parlamento, mentre si scannano per il nulla.
-Che metodo utilizzate per comporre? Come nascono i vostri brani? Da un idea del singolo o con delle jam session?
ho uno strano modo di vomitare parole e musica contemporaneamente... le canzoni nascono così: chitarra e voce davanti a un bicchiere, poi le MAESTRIZZIAMO in sala prove.
-Quanto c'è di autobiografico nei testi che scrivete?
Se piangi quando scrivi (e non c'è nulla di cui vergognarsi in questo) vuol dire che senti le cose in modo forte... ma l'emozione più violenta è veder piangere gli altri.
Mi spiego meglio: si può partire da qualcosa di autobiografico, ma la magia sta nel fatto che certe cose che pensavi fossero solo tue arrivano agli altri perché le sentono proprie.
-Eseguite dei riti ben precisi prima di salire sul palco?
Una bella mangiata e un buon vino rosso... è ora di cena, no?
-Cosa cercate di non fare prima di salire sul palco?
Cerchiamo di non farci arrestare per aver ucciso il "Paraculo" di turno... ma non sempre perchè esistono ancora persone squisite.
-(Domanda per farci due risate). Cibo e alcool sono da sempre la passione preferita dei musicisti. Quanto influenzano le vostre performance questi due fattori?
Vedi risposta precedente... del resto si gode solo a tavola, a letto e su un palco!
-C'è una cosa in campo artistico che ancora non siete riusciti a realizzare ma che vorreste fare?
Un nuovo grande "Live Aid"; musica e solidarietà hanno il comune denominatore dell'emozionare e si danno naturalmente forza a vicenda (ecco un possibile risultato a somma positiva, così come stiamo cercando di fare con "Voci che Chiamano").
-Quali sono i vostri progetti futuri?
I progetti hanno un costo, se si vogliono realizzare... noi vogliamo trovare chi ci possa consentire di realizzare il nostro nel migliore dei modi.
-Cosa ne pensate di questa intervista?
Mò siamo diventati noi gli intervistatori?
-Due parole per i nostri lettori?
Vi aspettiamo sui nostri siti, ma soprattutto ai nostri concerti... disposti a spogliarvi con noi!
Band: PAOLO DELL'UOMO D'ARME: vocals & acoustic guitar - MARCO MAZZILLI: electric guitars - STEFANO MANELFI: electric & acoustic guitars - LUCIO FARAGLIA: bass guitar - STEFANO NATALIZI: drums
Sìto ufficiale: www.maestridelluomodarme.it
My-space: http://www.myspace.com/maestridelluomodarme

